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domenica, 20 agosto 2006
noir #6
Io e Emma siamo seduti uno a fianco all’altra. Lei ha da poco appoggiato la sua testa sulla mia spalla. La notte si è oramai abbattuta su questo nostro lungo viaggio, itinerario che ci porta a girare come trottole, quasi senza sapere la direzione che intendiamo prendere, come se una meta effettiva fosse realmente presente.
Il tempo fuori da questo treno è tutt’altro che clemente a quanto pare da intendere. Per quanto sia possibile intravedere al di là del finestrino, con la fioca luce rimasta che ci dà le spalle, e il buio della notte che scende davanti ai nostri occhi.
Non riesco ancora a capire quanti chilometri abbiamo già percorso, non riesco ancora a rendermi conto di quanti siano i chilometri percorsi insieme. Non sono molti anche se, a dire il vero, quando mi capita di pensarci mi sembra da molto più tempo.
Mi sembra di stare con lei da una vita, mi sembra di avere conosciuto e vissuto sempre e solo con lei, come se si trattasse di un autentico rito monogamico. In cui io mi sono offerto a lei, solo a lei, e lei solo a me.
Come se questo difficile e incomprensibile rapporto fosse stato creato, misurato, impostato durante un viaggio che dura oramai da molte, moltissime ore. Così tante che quasi non le conto più.
Eppure Emma è ancora qui, è ancora qui con me. Chissà con che diritto poi, chissà per quanto tempo ancora. Si è solo alzata per andare ai servizi, per andare a cercarmi qualcosa da mangiare, e per andare a fumare un paio di sigarette.
Emma è qui, con me e con la mia borsa, con questa missione che non sono mai stato convinto (fino in fondo) di voler portare a compimento. Emma che mi ha accompagnato fino a qui, Emma che quando fui costretto di dirle che dovevo partire, per non so quanto tempo, in non so quale modo, mi disse senza nessun tipo di tentennamento, senza timore appena finii questa prima parte della frase, senza spiegarle neanche di cosa si trattasse, mi disse che sarebbe venuta con me, che mi avrebbe seguito, che mi avrebbe accompagnato. Non si sarebbe mai permessa di perdermi, non mi avrebbe mai permesso di lasciarla così. Dopo così poco tempo dal nostro incontro.
Anche adesso Emma è qui con me, chissà con che diritto poi, chissà per quanto tempo ancora.
Dorme con la testa appoggiata alla mia spalla. Mi sono appena svegliato anche io. Aprendo gli occhi, mi sono dato una stirata e così facendo lei si è mossa.
Me ne sono accorto, ho cercato di sfilarmi senza farle mancare il peso di sostegno, cercando di accompagnare i suoi movimenti e reggendole il corpo, in modo da farla appoggiare completamente sul sedile senza svegliarla.
Fuori è freddo, tira vento, aria, qui dentro invece la sensazione di calore, di completo abbandono.
Sono passate le tensioni, fatte di incomprensioni, di parole non dette e di paure, di senso di abbandono. È difficile dire quanto sia possibile per me, mantenere uno di calma, di quiete. Non sono mai stato una persona tranquilla, lineare, fatto in modo da non subire le folate di vento, tutt’altro. Sono un pittore espressionista, di quelli che, comunque lavori su una tavola, cercano di ricreare qualcosa che vada al di là di ciò che vediamo con il solo occhio umano. Se l’Impressionismo era “foschia”, estremizzata sino alla pazzia, dell’animo, l’Espressionismo incarna forse un carattere ancora più novecentesco… l’irrazionalità dell’animo umano. La malattia che diventa normalità, cosa di tutti i giorni, con cui è necessario convivere se si vuole continuare a vivere. Il gusto per i corpi maschili scavati, non sembrano solo dei malati; sono Amore e Morte, l’insoddisfazione dello stato d’animo e la sua rassegnazione, il sesso portato sempre, senza mai però essere volgare, al suo estremo…
Eppure Emma è ancora qui, chissà con che diritto poi, chissà per quanto tempo ancora. Con me.
Io che ho scoperto di essere una lucertola, io che non avevo mai lasciato la mia città per così tanto tempo… che ero abituato alle prime piogge di fine agosto che annunciano la fine dell’estate… e alla prima neve, a volte sulle cime delle montagne… e al freddo… che non possiamo più uscire di casa solo con qualcosa di leggero… e poi in un attimo ci tuffiamo nel grigio, nell’acqua che scende a volte in modo torrentizio lungo i vetri delle finestre… e il freddo… e il sole, già il sole, che si vede sempre meno… E non avevo mai fatto caso a questo, anzi lo adoravo…
Io che mi ero talmente assuefatto al grigio del cielo nei pomeriggi umidi di settembre, che non mi ponevo assolutamente il problema di quanto, in verità, mi piacesse questo tempo oppure se non dipendesse semplicemente dalla mancanza di altre “esperienze meteorologiche”.
Ora finalmente lo so… so che cosa vuol dire Vivere Nel Sole… e devo dire che è una sensazione che mi è mancata moltissimo. Non voglio fare tabula rasa di quanto ho vissuto prima, perché sarebbe un po’ come cancellare una parte di me. Amo la città da cui provengo, dove sono nato, dove ho vissuto per così tanto tempo; amo la mia città sotto la nebbia di settembre, quando cammini lungo il fiume… e l’umidità ti si appiccica completamente al giubbotto, amo camminare nelle notti di Natale e poter alzare gli occhi verso il cielo, che non è mai stato scuro come in questa notte, e scorgere pian piano i fiocchi di neve scendere, lentamente.
Amo la città in cui sono nato, rimarrà sempre la mia città, ma non amo “le mezze stagioni”; non amo l’aria di settembre che arriva, le foglie che ingialliscono e poi cadono, il vento che tira e la temperatura che si abbassa di 10 gradi… e tu che fino allo scorso venerdì sognavi il mare… adesso vedi davanti ai tuoi occhi un fuocherello acceso, quattro amici, la grolla dell’amicizia… e tanta nostalgia… quindi… io che poi mi vengono in mente le canzoni tristi, e inizi a dire… voglio piangere, sto male… fatemi piangere… non sto bene…
Si, perché ho scoperto di essere una lucertola. Ho imparato a godere del sole… e appena questo se ne va, io me ne vado via con lui… mi “metto in letargo”… spengo i riflettori, mi rabbuio, cambio a volte anche il carattere… e non è che lo faccia apposta, mi capita…
Ma ora ho detto basta, me ne vado. Parto. Lascio tutto e vi saluto. Me ne torno al caldo. Case bianche, bagnate dal sole d’estate che è talmente forte da riflettersi sui muri coperti di calce… Me ne vado via con Emma, lascio anche questa borsa e me ne vado al caldo insieme a lei, non importa come, né dove. Ma ci andiamo insieme.
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noir #5
Il sole è ancora alto nel cielo e soprattutto caldo, talmente caldo che mi sto squagliato; 40 gradi all’ombra ed un’aria a dir poco irrespirabile.
Guardo verso l’alto, quasi a fare con gli occhi una danza della pioggia. Tutto è quiete e silenzio, un’atmosfera decisamente surreale, quasi impalpabile. Anche se, a dire la verità, il caldo oggi lo si può toccare. Eccome se lo si può toccare.
Mi aggiusto il cappello di paglia sulla nuca in modo da rendere protetti solo gli occhi. Sul viso. Sto grondando, e non grondo sudore, grondo sangue. Il calore mi è arrivato sino al cervello e sanguino dal naso. Allora prendo un fazzoletto, lo stendo sulla mano e mi reco verso una fontanella poco lontana dalla “casa cantonale ferroviaria”. Vicino ai servizi igienici, dai quali com’è facile immaginare tracima un odore intenso e nauseabondo di piscio.
L’acqua che sgorga dalla bocchetta appena aperta è ancora calda. Quasi un vantaggio perché almeno non rischio eccessivi sbalzi termici quando inizio a nettare prima la base del naso dove i baffi si sono sporcati e le faroge in un secondo momento. Una volta interrotta l’emorragia, mi bagno le mani e mi do una rinfrescata sulla nuca, sul collo, le guance ed anche un po’ sul petto.
Chiudo il rubinetto dell’acqua e intorno si torna nel silenzio.
Il sole, l’aria che manca, il calore e una luce un po’ fastidiosa.
Mi giro a guardare i campi al di là della staccionata in cemento armato. Si sentono le cicale, il ronzio delle mosche vicine a me. Cade una pigna da un pino che interrompe nuovamente il silenzio. Mi giro a vedere se il colpo secco ha fatto uscire per caso qualche pinolo. Si potrebbero raccogliere, cercare una pietra abbastanza pesante, ma facile da impugnare, per romperli e mangiarsi il frutto.
Un ricordo per mio cugino Antonio ed una chiacchierata fatta insieme un paio di giorni fa a proposito proprio di pinoli.
Il mio ricordo. Ai giardinetti della Fornace insieme a Marina, Caterina, i due figli della Somala e Lorenzo. Quando Marina, Caterina ed io tornavamo su a casa, nonna ci diceva che un giorno oll’altro ci si perderebbe la mano a forza de dà carcagnate ai pinoli.
Mio cugino Antonio, lui invece, insieme al fratello, ai Gemelli e al Secco andavano a caccia di pinoli nei giardini Vaticani.
Il mio sogno ad occhi aperti, con lo sguardo fisso sui campi gialli d’orzo, viene rotto dalla voce di una signora – abbastanza anziana, ma non riesco a definirne l’età – dall’altra parte del binario.
Chiede al Capostazione (per quanto questa possa essere definita una Stazione) il binario per la giusta direzione.
Il capostazione con un altrettanto stretto dialetto pugliese risponde in tono un po’ più dimesso rispetto alla sua interlocutrice, ma con una buona dose di sarcasmo, che non si può sbagliare. Ché qui di binario ce n’è uno solo e quindi che salga da una parte o dall’altra non cambia assolutamente nulla. Bisogna solo prendere la direzione giusta. Non capisco l’intero dialogo tra le due persone, ma ne intendo il succo.
La signora scocciata per la risposta prende la propria valigia con la mano destra e due sacchi della spesa strabordanti di verdura che sicuramente in mattinata doveva essere fresca, ma che col passare delle ore sotto il sole sembra essersi un poco afflosciata. La signora che deve avere già una settantina d’anni si prende la propria roba, va a rinfrescarsi alla fontana e poi si siede sulla panchina lì vicino, all’ombra di un pino.
Ci si rituffa nel silenzio. Io guardo sotto i pini per vedere se ci stanno delle pigne da rompere, tanto per passare il tempo, e poi mi rimetto a guardare verso i campi.
Silenzio, cicale, mosche, sole, caldo, camicia incollata al petto, luce accecante, caldo, silenzio.
In lontananza vedo passare una macchina, color panna, o bianco latte, in mezzo ai campi. Corre veloce e tira su una nube di polvere. Si capisce che è una macchina per il suo sferragliare ed i martellanti bassi di un’autoradio. Musica rock a manetta, roba davvero tosta.
La macchina (la prima impressione era azzeccata, era una fiat vecchia) svanisce nella nube e dietro un campo di granoturco più alto. Il sferragliare, poco dopo.
Mi giro, Emma compare dietro di me, mi cinge la vita, mi saluta con un bacio.
“mi stavi aspettando da tanto?” chiede lei
“una mezz’oretta scarsa”. Ero arrivato anche con un po’ di anticipo.
“scusa – riprende – sembra impossibile, ma anche qui ci può essere traffico. È sufficiente che ti trovi dietro ad un camion e in questa strade di campagna è impossibile superare”.
“se a questo aggiungiamo il tuo proverbiale ritardo…” ironizzo.
“non sono una ritardataria io!” sentenzia Emma.
“prendi la tua valigia, va! – ordina – è sempre più sporca! Togliere di mezzo la roba e darle una lavata, no?!”
Prendo la borsa con la mano destra, il giornale nella sinistra, e andiamo verso la macchina di Emma. Una bella Panda Rossa.
Emma attacca il condizionatore, le chiedo se non le dispiace tenerlo spento, piuttosto tiriamo giù i finestrini. Mi da in testa un può quest’aria rarefatta.
Acconsente, metto fuori la testa dal finestrino.
Sole, cicale, mosche, sole, caldo. Aria in faccia, luce accecante, caldo e silenzio. Solo il rumore dei pneumatici sull’asfalto.
Emma chiede dove voglio andare. Rispondo che per me è assolutamente indifferente. “mi piacerebbe perdermi”, le dico poco dopo. Così, quasi inconsciamente.
“Cosa intendi?”
perdermi tra i campi di ulivo in questa campagna assolata, oppure nella folla di un mercato con le voci dei pescivendoli e dei verdurieri che attirano l’attenzione della gente che fiumana tra i banconi.
“andiamo al mercato allora”, propone Emma.
“la giornata volge al termine, non ci dovrebbe essere più la calca che si può trovare subito prima di pranzo, verso le 12 e 30”.
“c’è solo il problema della borsa. – dico io – Sinceramente non me la sento molto di lasciarla in macchina”. “e vabbè, portatela dietro. Farai il facchino, ma sono tutti cavoli tuoi. Ti porto a vedere il mercato del pesce, che tra l’altro dovrebbe essere completamente svuotato a quest’ora. Il mercato del pesce, nella porta d’Italia che guarda ad oriente.”
Arriviamo al piazzale dove ci si parcheggia prima di entrare nel centro storico. Da lì poi, ci dirigeremo verso il mare. Sono curioso di sapere se anche i pescatori ci parcheggiano i loro mezzi qui. Come fanno a caricare il pescato quando arrivano al mattino, dove vanno, cosa fanno, come vivono.
Scendiamo dalla macchina e se prima faceva caldo ora lo sento ancora di più. Insopportabile. Non grondo più sangue dal naso, ma in compenso il sudore s’è fatto una fiumana.
L’atmosfera è talmente densa e l’aria così irrespirabile da obbligare le persone a restare chiuse nelle proprie stanze con il ventilatore a pale che muove a mille e il rumore di sottofondo di una radio che manda fuori una musica disturbata.
Fa caldo, fa talmente caldo che sotto il carico della valigia resisto a malapena per un quarto d’ora di cammino. Entriamo nelle vie del centro e nonostante il caldo e l’ora pomeridiana c’è un fiume di gente che scorre. Quasi straborda.
Non ce la faccio più. Voglia di dare una testata ogni dieci secondi a tutte le persone che mi vengono addosso. Chiedo a Emma di fermarci da qualche parte. In un violetto laterale c’è una panchina stranamente vuota. Andiamo a sederci là.
Mi siedo solo io perché alla fine Emma dice che va a cercare un bar vicino per vedere se c’è posto e non farmi fare troppa strada.
La aspetto, torna dopo pochi minuti.
Al Bar del Sole c’è ancora posto, dice, “vieni con calma, vado a tenere due sedie e un tavolo. Segui la strada del vicoletto fino in fondo, lì giri a destra e vai fino in fondo e trovi il Bar… ed io che ti aspetto.
Lei parte e corre, già che anticipa le chiedo di ordinarmi un chinotto. Mi preparo, mi rimetto il cappello in testa e mi muovo. A fatica arrivo al posto indicatomi da Emma, ma ci arrivo.
Sbaccalisco quando lei mi vede arrivare e mi grida… “La borsaaaaaaa….”
Oddio, la borsa.
Dimenticanza.
Orrore. Orrore orribile.
Oddio! Scatto felino e sono già in direzione dell’angolo, arrivo alla panchina, ma la borsa non c’è già più. Sono bastati poco meno di 5 minuti e la borsa non c’è più.
Momento di completo smarrimento. Rimango impietrito. Emma mi viene incontro. Constata il fatto.
Oddio ho perso la valigia. Oddio ho perso la valigia, oddio ho perso la valigia… Oddio, mi sono liberato della valigia!
Quello che fino a pochi minuti prima era un motivo per disperazione massima, per strazio, dolore, sbigottimento, è ora, sotto un’altra luce, un modo per riformulare il mio sconforto.
Ho perso la valigia, quella valigia che doveva essere il mio lavoro, io che dovevo consegnarla a destinazione, di questa valigia, che presi in mano mesi fa con Eugène, in una fredda notte francese, ho perso la valigia di cui avevo cercato di liberarmi, che si era trasformata in un autentico peso, in un enigma da risolvere, irrisolvibile. Non so più se essere contento, gioire per l’accaduto o al contrario, disperarmi. Ora che avevo accettato questo peso. Ora che avevo deciso di non perdere Emma, ma di non rinunciare alla valigia, che avevo scelto di non scegliere. Ora cosa faccio.
È una situazione che definirei rocambolesca, assai difficile da interpretare.
Correre e gioire, o strapparmi i capelli?
Necessito di pensieri razionali, di un filo logico da seguire meticolosamente. Ho bisogno di riprendere le idee, riordinarle, e poi organizzare il da farsi.
Ho bisogno di… oddio sto svenendo dal caldo…
Svengo. Non ci sono più. Lentamente. Non ci sono più. È tutto nero intorno a me. Nero come la pece. Nero come il buio della notte.
Emma è ancora qui, qui accanto a me, chissà con che diritto, chissà per quanto tempo ancora. Mi getta sul viso dell’acqua, mi scuote, mi scrolla, passa la mano sulla fronte, e poi sulle tempie. Cerca di rigenerarmi. Lentamente, a stento, ma mi riprendo. Il caldo non mi aiuta. Anzi, il caldo mi costringe ad una respirazione più corta, più affannosa.
Emma mi aiuta a rimettermi in piedi. Mi ha tenuto per un attimo le gambe alzate, per farmi arrivare il sangue al cervello. Ora sto meglio, ma abbisogno di un bicchiere d’acqua. Si assenta un attimo, entra in un negozio, torna con un bicchiere di plastica e dell’acqua fresca.
Va meglio.
Ma perché a Firenze fa così caldo. Chiedo di tornare in albergo. Ho avuto un calo di zuccheri ed ora fatico a ristabilirmi. Fortunatamente non siamo troppo distanza da Santa Maria Novella.
Arriviamo al piazzale della stazione. Lo attraversiamo. E ci dirigiamo verso l’albergo. Alla reception c’è il vecchietto che ci attende, chiede ad Emma se ci sia qualcosa che non va. Emma lo tranquillizza. Chiede se può preparare un thè.
“qualche biscotto fortunatamente l’abbiamo portato, per fortuna”. Mi dice.
Una volta arrivati in camera mi aiuta a distendermi, a togliermi di dosso i pochi vestiti, e si accoccola al mio fianco, passandomi ogni tanto la mano sulla fronte, quasi a rassicurarmi.
Sudo, sudo parecchio, anche per via del caldo. Emma mi asciuga la fronte, si alza e attacca il ventilatore.
Le pale iniziano a muoversi. Lentamente subito. Giri lenti di quelli che si sentono però quando si sposta l’aria. Col passare dei minuti aumenta la velocità e diminuisce questo rumore. Gli occhi mi si chiudono. Lentamente. Anche quelli di Emma mi seguono nello stesso movimento.
È buio fuori, è buio pesto. E io dentro non ci sono, non ci sono più. Svanisco. Mi dileguo. Evaporo. E non ci sono più.
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noir #4
Mi agito, ma cerco di non mostrarlo al pubblico del treno in maniera troppo visibile, anche perché per fortuna mia, dopo qualche minuto vedo Emma arrivare lungo il corridoio centrale da una delle porte dello scompartimento.
Tranquilla, con la sua andatura gentile, e bella, mi passa davanti, mentre cerco di farle strada ritirando le gambe, e si va a sedere dov’era stata per tutto il resto del viaggio. A fianco al finestrino, e a fianco a me.
“Ti sei svegliato…” “ero andata a fumare una sigaretta nel vagone ristorante. Mi sono presa tutto perché fa freddo e con il fatto che dormivi non mi andava di lasciare la roba così, “a disposizione”. Pensa lì si può ancora fumare. In una zona molto limitata, quattro posti a sedere in un angolino, freddissimo. Pensa che c’era pure un posacenere che…” continua a parlare, quando inizia a parlare è davvero piacevole, perché mentre ti parla è come un raggio di sole che ti colpisce.
“ma che c’è?!” dice, vedendomi in volto “…sei pallido pallido!”
“Mi sono svegliato di soprassalto – inizio io – come mio solito, sogno un po’ tormentato. Nel sogno non riuscivamo ad incontrarci. Eravamo a Berlino, ti avevo raggiunto, ma tu non eri con me. Vivevo in una zona da quella dove andrai tu a stare. Ero solo nel centro di Berlino alla ricerca di te, con la valigia in mano, e la semifinale dove giocava l’Italia contro la Germania, come nel ’70 in Messico. E noi vinciamo, ma quello è l’unico momento bello del sogno. Non sai la fatica fatta per riuscire a cercarti, e poi non si capiva neanche perché non riuscissimo ad incontrarci.
Poi quando mi sveglio tu non ci sei. Non ci ho più capito nulla.”
“Povero” mi tranquillizza lei con un sorrisino un po’ beffardo, tra l’ironica presa per il culo, il materno, e il provocatorio come solo lei sa essere, tenendomi con le due mani le guance e dandomi un bacio sulla tempia sinistra.
… “tu scherzi, cerco di difendermi io, ma è stato davvero angosciante”…
“ma ora ci sono qui io a proteggerti, no?!”
si, ce lei a proteggermi e questa sensazione dà tepore. Come una coperta in una notte fredda di un autunno oramai alle porte.
Ma al tempo stesso mi si lampeggia tutt’attorno alla mia testa un triangolo rosso che parla e mi dice, “attenzione!, attenzione!, dipendenza!, dipendenza!…”
aaaaaaaaahhhhhhhhh, ho una capacità – dice Emma – di assopirmi veramente ovunque. E dire che ho il sonno leggero.
Ho pensato alla solitudine, a quando tu non sei insieme a me, a quanto mi senta dipendente da te, quando non ci sei. A volte pure troppo. Forse perché quello che faccio non mi riempie completamente, forse perché è da tempo che non ho compagni di viaggio, che non sia tu come possono essere Eugène o Willy, con cui confrontarmi periodicamente, o per lo meno con una certa frequenza, per poter parlare di come mi sento, di cosa provo, per potermi svagare e poter riuscire a non avere in testa sempre e solo te.
Perché sei talmente presente che a volte mi dimentico anche della mia borsa, dei miei compiti, di quello che devo fare di questo benedetto fardello quando arriviamo. Perdo la voglia di cercare di capire cosa stia facendo qui su questo treno e soprattutto cosa dovrò fare, una volta arrivato a destinazione.
Sei stata in grado di entrare talmente in profondità nelle mie viscere, da farmi perdere il contatto con la realtà della vita quotidiana, con le scadenze da rispettare, le bollette da pagare, la spesa da fare. Tutt’attorno, come direbbe una vecchia canzone di Daniele Silvestri, ci sei solo tu.
“e questo non è propriamente positivo. Sarebbe meglio che ci ragionassi sopra in maniera un po’ più attenta” mi consiglia lei, sottovoce.
Questo vuol dire che i miei pensieri che dovevano essere sonori solo per la mia mente, sono stati pronunciati ad un tono di voce percettibile. A meno che lei non abbia acquisito poteri paranormali di telepatia, o che abbia capito talmente tutto di me (anche più di quanto io stesso sia riuscito a capire in tutta la mia vita) da avere inteso i miei pensieri senza che io abbia proferito verbo.
“…e comunque ci dovresti pensare… è bene che io sia importante per te, è bene che tu pensi tanto a me… guai a te! ti picchio se non lo fai… ma forse sarebbe opportuno che non pensassi sempre solo ed esclusivamente a me. Faccio parte della tua vita, di una fetta importante – importantissima dice lei, con fare un po’ minaccioso – ma NON SONO LA TUA vita… e mi raccomando, inquadra bene che tu non sei la mia vita.”
Ho afferrato il concetto è stato un po’ come cadere dalle nuvole, un po’ come quando Icaro si rese conto nell’estasi del volo pindarico che stava compiendo a ridosso del sole, che le sue ali pian piano si stavano sciogliendo e che ben presto avrebbe fatto la fine di Willy il Coyote. Anche se i due in realtà non si sono mai potuti conoscere
“e poi… – oddio ha iniziato a parlare, e mo’ chi la ferma più – io fossi al tuo posto inizierei a pensare sul serio a cosa voglio fare di questa valigia che ti porti sempre appresso”
ha smesso subito … un sospiro di sollievo… ma anche un senso di calore, quello stesso tepore caldo di prima. Non ci sono più. Lentamente. Non ci sono più. È nero tutto attorno a me. Nero come la pece. Nero come il buio della notte. Emma è ancora qui, qui accanto a me, chissà con che diritto, chissà per quanto tempo ancora.
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:: noir # 3 ::
La solitudine a volte gioca brutti scherzi. È un pensiero che nasce dal senso di vuoto che lascia, oramai, la distanza con Emma. È un argomento su cui ragiono, dopo l’ultima chiacchierata con Eugène, ieri sera, al telefono.
Mi ha cercato per parlarmi della valigia, siamo finiti a conversare di tutt’altro. Si è lasciato con Gaël. Hanno deciso di interrompere il loro rapporto. Ad Eugène c’era qualcosa che mancava, a quanto pare. L’amore è svanito. “c’est évanui”, ha detto lui. Certo che i francesi hanno il dono di addolcire le cose anche quando si parla della dura, nuda e cruda vita. Anche “merda”, nella loro lingua assume un suono più contenuto, un tono vagamente dimesso. A meno che uno non vada a Marsiglia, lì le cose sono un po’ diverse.
“È incredibile – diceva – come puoi ancora volere bene a qualcuno, tenere molto ad una persona, e in realtà però capire che non c’è più niente da fare. Avere davanti agli occhi la realtà delle cose che ti dice che l’amore è svanito.
Non ho mai pensato che potessi stringere una relazione forte con Gaël, invece è successo. 5 anni di “liaison” intensa, dedita l’uno all’altro, a crescere insieme. E poi come d’incanto, quasi d’improvviso ti rendi conto che di anni ne sono trascorsi quasi il doppio, e che quanto vissuto all’inizio rimane solo un miraggio. Quasi un sogno.
Ora sono solo, devo fare un lavoro di analisi su di me, capire per quale ragione è venuto a mancare il sentimento che prima ci stringeva come il nodo di marinaio, cos’è avvenuto, cosa è passato per la mia testa, e poi “petit à petit” (poco a poco), stringere nuovamente legami. Legami che siano forti, che provino a diventare indissolubili”
Qual è il senso della fine di una relazione, perché i legami come si stringono, a volte, e sempre più spesso, si sciolgono come neve al solo. Quale il senso della solitudine di cui parla Eugène. Io, quando non sto con Emma, non riesco a stare fermo un momento, friggo; impressione che mi manchi l’aria, una sensazione vaga, ma palpabile e soprattutto che si fa sentire.
Cammino nelle strade di Berlino, mi camuffo grazie al mio aspetto fisico nella folla. In mezzo a questi teutonici visi che marciano tutti colorati e bardati verso la porta di Brandeburgo. Bandieroni rosso giallo neri svolazzanti, branditi come armi; nell’altra mano, una birra o un megafono.
In Potsdammer Platz l’atmosfera era decisamente più fredda, sarà l’influenza del blocco comunista che pervade nei muri dei caseggiati vicini, sarà la linea che divide a metà, ancora oggi, la piazza progettata da Renzo Piano. Un muro trasparente adesso, valicabile, ma che lascia un segno ogni volta che lo attraversi. È interessante porsi proprio a cavallo della linea in selciato che segna quello che era, fino a vent’anni fa, il passaggio del Muro. Gli occhi chiusi, quando si sta a cavallo di questa sottile linea, larga non più di venti centimetri. Girarsi verso destra velocemente, aprire gli occhi e vedere ancora cos’era Berlino Est, e poi con una piroetta a 180°, verso Ovest, e vedere la Berlino di domani.
Il rumore lentamente si fa sempre più imponente, soprattutto quello che arriva da nord. Mi sposto in quella direzione, ci vado a piedi. Mi dirigo verso Unter den Linden, preferisco aggirare l’ostacolo della porta di Brandeburgo e di chi si potrebbe pararmi davanti con fare minaccioso, vedendo la mia guida in Italiano.
La passeggiata dura circa una decina di minuti. Quando arrivo in loco sembra di assistere ad una parata militare. Magliette bianche, soprattutto. Qualcheduna rossa, non si vedono più invece le storiche divise verdi da trasferta.
Ogni tanto, risalendo verso la stazione della metro mi capita di incrociare anche qualche sparuto drappello di tifosi italiani, sorrido, evitando di fare baccano, puro piacere e godimento per gli occhi, anche se dentro di me avrei una voglia di urlare al cielo FORZA ITALIA, alla faccia di Berlusconi.
Mi trattengo, riservo le forze per altro, anche perché la valigia pesa, e con il caldo si fa sentire ancora di più. Ho poi una direzione ben precisa da tenere, ed in questi giorni in cui mi sento molto in balia degli eventi, preferisco rimanere appartato. Devo incontrare Emma. È da due giorni che mi trovo a Berlino, e non sono riuscito ancora a trovarla. Mi ha dato alcuni appuntamenti, ma è sempre mancata all’appello. Mi sono infilato, ancora poco fa, in un internet caffè per cercare spiegazioni sulla posta elettronica.
Ciao,
scusa se non sono riuscita ad arrivare ai due appuntamenti, ho avuto non pochi problemi. Tra i quali anche quello di sentirmi braccata.
…e c’entri tu…
quando esco per venirti a incontrare, si manifesta l’imprevisto.
Ma domani ci sarò. Appuntamento alle 6 del pomeriggio alla fermata della S-ban dello Zoo, in direzione Tiergarten.
Ci sarò.
Un bacio a te…che mi manchi come l’aria
Un vecchio detto napoletano dice “chi è innamorato, non deve pensare”. Ed io invece ho voglia di pensare, e pensare tanto. Pensare a Eugène che non ama più e lo dice con una lucidità che mi stupisce, che mi lascia quasi inorridito. Pensare a Gaël, che ha dovuto prima subire la decisione del suo compagno e poi, inesorabilmente, accettare la realtà dei fatti e chiudere la relazione con la persona amata. A Emma, che mi ha dato appuntamento quasi un mese fa, e che ora non si fa viva, nonostante il fatto che io l’abbia raggiunta da due giorni. Fortunatamente ho trovato una stanza in affitto nella zona di Oranienburg Strabe. Penso alle conseguenze dell’amore, alle reazioni che genera la solitudine dettata da questi sentimenti. Penso alle coppie di giovani che incontro lungo la strada che cantano la propria squadra, o che salutano, sbeffeggiandosi, dei propri avversari con un saluto ironico.
Mi chiedo del senso di questo mio viaggio a Berlino, l’ho fatto per Emma, per la nazionale italiana che si gioca i Mondiali, l’ho fatto per la valigia? Non posso dare una risposta univoca.
Sicuramente quando Emma mi disse che aveva trovato un contatto sicuro, a cui poter lasciare la valigia e, finalmente, potermene liberare, ha provocato un notevole sussulto in me. Ti sembra veramente di essere uscito dal tunnel. Finalmente, la possibilità di liberarti di questa valigia, che non ho ancora capito né che cosa porta, né tanto meno a chi la debba consegnare.
Quando Eugène mi diede l’incarico e mi disse che una volta giunto a Marsiglia, si sarebbe risolto tutto, pensavo ad una missione che poteva risolversi in modo liscio, come quando bevi un bicchiere d’acqua e sei accaldato. Una missione semplice che chissà per quale ragione nessuno scagnozzo di Thomas voleva assumersi e che Eugène aveva pensato essere perfettamente adatta alle mie caratteristiche.
Ed invece il problema della valigia s’è fatto sempre più complesso: prima, prendere una valigia in un posto e portarla in un altro; a distanza di mesi, capire che cosa devo consegnare, a chi la devo portare e aspetto non sicuramente secondario, ma che vista la condizione in cui mi trovo è passato sicuramente in secondo piano, quanto farmi pagare per questo servizio.
Servizio… servizio per modo di dire, è diventata una vera scocciatura. Anche perché ci rimugino sopra, mi s-cervello per cercare di trovare una soluzione all’arcano, e l’unico risultato che ottengo è quello di un gran mal di testa, e di trovarmi a pensare, il più delle volte ad Emma, ed alla mia relazione con lei. Questa valigia sembra quasi non essere compatibile con la mia relazione con Emma, anche se lei sta facendo in tutti i modi per aiutarmi.
Cammino da solo. Mi sono scocciato di aspettare, non ho neanche più voglia di dirigermi verso Unter den Linden, cambio direzione. Il telefono squilla, una sola volta. Un messaggio. Emma. No, Willy. Si trova nei pressi di Check Point Charlie. Non è tanto lontano, decido di tornare indietro di un centinaio di metri su una via secondaria e di dirigermi in quella direzione.
Willy, l’unico crucco con il quale sono riuscito a instaurare un rapporto di reciproco rispetto in tutti questi anni di lavoro.
Willy, non l’ho mai capito, come abbia fatto ad infilarsi in questo mondo di predoni. È lo stesso pensiero che ebbi quando parlai con Eugène per la prima volta. Un mondo fatto per squali con peli sullo stomaco da farci un tappetino, non per due Signori, magari un po’ demodé ma sicuramente di animo nobile, come Eugène e Willy. Il primo laureato in storia, il secondo in filosofia. Il primo alto, magro, con un cespuglio in testa irsuto quanto la schiena di un riccio, l’altro piccolo, una volta magro, ma segnato dal passare del tempo, e con pochi capelli, radi, in testa. E in più grigi. Willy è una persona che come Eugène parla poco, ma che quando parla si fa sentire, nonostante il suo accento marcatamente nordico quando smozzica un po’ di italiano imparato tanto tempo fa a Roma.
Incontro Willy sotto la bandiera americana, vicino al museo, a pochi passi da Check Point Charlie.
Ci salutiamo, con stima “nordica”, e ci scambiamo alcune frasi convenevoli, poi Willy preferisce muoversi da lì. “non è sicuro”, dice lui. Preferisce portarmi vicino a casa mia. Proprio in Oranienburg, nei pressi della sinagoga. Il posto è molto discreto, carino. Mi consiglia un frappè alle fragole. Devo dargli ragione. Così ci troviamo, al riparo della calca che grida cori in tedesco o in italiano, l’uno davanti all’altro, un tè alla menta da una parte, un frappè alla fragola dall’altra.
Non riesco a trattenermi. Chiedo subito se sa qualcosa di Emma e se ha trovato un acquirente, almeno potenziale, per la valigia.
La valigia forse, Emma sì. Una sera. Non era sola, insieme ad un gruppo di persone, nella zona del market. L’ha vista bene, sorridente, come suo solito, anche se stranamente taciturna. “Mi sento un po’ sola” ha detto lei “ i miei amici mi fanno uscire perché mi distragga”.
Willy dice che non bisogna stupirsi di quello che succede agli stranieri quando vengono a vivere a Berlino. “E dire che siamo in bella stagione, pensa a cosa può succedere se ci arrivi in inverno”.
Willy fa l’ironico… divertente, vedere un tedesco sganasciarsi dalle risate ad una propria battuta.
Cerco di riportarlo alla realtà, lui fissa lo sguardo su di me e dice “portatela via, portatela via, se ci tieni a lei, non pensare alla valigia. Portati dietro sia lei sia la valigia, rischieresti di dover barattare l’una con l’altra e non penso che sia una soluzione alla quale tu voglia arrivare”.
Aggiunge, prima di accomiatarsi, che se cambio idea, può comunque fissare un appuntamento per ritirare la valigia, “ma… – conclude – ti converrebbe capire cosa c’è dentro, prima di disfartene”.
Ci salutiamo. Lui si alza per primo, quindi lo lascio sfilare dal tavolo e rimango seduto a guardarmi riflesso nel poco succo di fragole tritate e ghiaccio del bicchiere.
Non trovo Emma e questa cosa sta iniziando a darmi seriamente in testa, mi chiedo che cosa stia passandole per la testa, la ragione di un suo comportamento del genere. Willy la vede, sorridente, ma poi gli dice che si sente sola, insieme ad altra gente. Inizio a pensare di tutto. Perdo tutte quelle certezze costruite nell’arco dei giorni, delle ore, dei minuti passati insieme, a scandire lo scorrere del tempo e del nostro navigarci insieme senza alcuna meta, solo con il desiderio di stare l’una affianco dell’altro.
Rimango seduto al tavolo. Il telefono squilla. Un messaggio. È Emma, ritarderà un po’ perché si trova insieme ad altre persone in Rosa Luxemburg Platz, dall’altra parte della città, ma arriva. E cercherà di sbrigarsi.
Io mi spazientisco. Mi alzo, lascio in modo un po’ precipitoso, quasi lanciandoli, gli spicci per pagare la mia consumazione e me ne vado. Il fragore è meno intenso, ora, ad Oranienburg Strabe, ma mano a mano che mi avvicino alla porta di Brandeburgo, il caos si fa ancora più fragoroso, rispetto alle prime ore del pomeriggio. E la gente è una fiumana.
Non ce la faccio più sto diventando insofferente a tutto. Soprattutto quando entro in metropolitana e sento un vociare assordante di gente che sbraita, urla, canta, inneggiando alla propria nazionale con una bottiglia in mano. Uno in particolare mi sta dando alquanto fastidio, grande e grosso. Non parlo tedesco, quindi non so cosa stia dicendo, ma capisco che ce l’ha con noi. Con NOI italiani. Ed anche se non mi ritengo un patriottico, sinceramente mi dà un po’ fastidio sentire quando in mezzo a parole mozzicate individuo un “italianisch” o “italienen”, e la mia bile travasa quando un vecchietto seduto al mio fianco notando la mia guida, dove campeggia la scritta Berlino e una piccola bandierina tricolore che ne individua la nazione dell’Edizione, si alza per dirigersi verso la porta che si è oramai aperta all’altezza della fermata di Bellevue ed intanto si strofina le mani.
Prenderlo, rivoltarlo, sbatterlo per terra sedendocisi sopra, iniziare a dargli testate fino a vederne gli sprizzi di sangue segnargli il viso e contemporaneamente strillargli “brutto crucco di merda, non ti è bastato quello che ci avete fatto nel ’45, bastardi nazzisti del cazzo io vi inculo tutti, io vi rompo il culo, pezzi di merda, fanatici che non siete altro!”… e prenderlo a botte fintanto che non si fa vivo il vichingo biondo coi baffi che fino a poco tempo prima sbraitava con la sua birra in mano, ed anticiparne qualunque tipo di azione, staccandogli subito un destro, inaspettato, in modo da farlo cadere a terra come un sacco di patate. Sgominare sangue e terrore, cercare un oggetto contundente nei paraggi da usare come spranga e difendersi dagli attacchi del nemico, e resistere, resistere, resistere, resistere…
Invece è Goal, l’Italia segna alla fine del secondo tempo supplementare, quelle grida di Grosso che urla al cielo “non ci credo, non ci posso credere”, mi ripagano di tutta quella merda mangiata nel pomeriggio quando ancora non ero riuscito ad incontrare Emma. E mi abbraccio a tutti, a tutte le persone che ho attorno, siano essi italiani o stranieri, pro italia o pro germania, nella tensione agonistica del match. E l’ultimo moto di gioia lo dedico ad Emma, è lei che stringo al petto quando l’arbitro fischia, anche dopo il raddoppio di Del Piero, ed è a lei che strillo “siamo in finale!, siamo in finale!”
Avrei tanta voglia di gridare Aufiedersen… ma non ce la faccio, l’emozione è talmente forte, strozzata in gola che mi sembra impossibile… e mi sembra impossibile… non può essere vero…
La gamba cade nuovamente dalla valigia dove ce l’avevo appoggiata. Apro gli occhi e sono solo ancora sul treno, ancora con il freddo che mette paura ai finestrini appannati, ancora in inverno, ed il Campionato del Mondo deve ancora iniziare, l’Italia di Lippi deve ancora prepararsi… e chissà poi quando riusciremo a vincerlo ‘sto mondiale…
Le gambe allungate, con i piedi sulla borsa, mi si sono anchilosate. Mi giro verso il posto a fianco al finestrino per scambiare due parole con Emma, per dirle di aiutarmi perché non faccio altro che svegliarmi e riaddormentarmi, svegliarmi e riaddormentarmi. Ma Emma non c’è, non c’è il suo Poncho, non c’è la sua borsetta.
Oddio!
Mi alzo di soprassalto, quando mi rendo conto che non è un sogno, guardo a destra, guardo a sinistra. Emma non c’è, dov’è andata? Aspetto, ora arriverà, non può essere scesa, questo treno non ha molte fermate intermedie ed io me ne sarei accorto visto che non ho il sonno così pesante. Ed invece non mi sono accorto che lei si è alzata, si è messa la roba, ha scavalcato le mie gambe allungate e se n’è uscita. Ma uscita dove? Guardo, non è un sogno. La valigia è ancora lì. Ma Emma no, e non ne so il motivo. Perché se n’è andata, per quanto tempo e con che diritto poi.
the others chapters you can read here, #1 and #2
martedì, 14 marzo 2006
:: Berlin est morte, Vive Berlin ::
I never saw berlin. Many people say that is a very interesting city. as giorgio il metallaro, he says that is one of the most beautifull city in Europe. He has gone many times and he likes. as lyra, she choose the city as her house. as fisa that he knows because he worksin bayern munich. as… I don’t know …. that says "but berlin have been the cradle of the italian punk in 80s"
…and as lucy that she will go next month to study. …and I’ll go meet her there … and today I bought the ticket! Happy.
c’est bien d’y penser. autrement j’aurais pu me "plonger" sur the tonight political duel. mais on n’aura pas keith carradine ou harvey keitel… mais mr B. et mr P. autrement penser à la question française des universités françaises, dont ici on n’entend pas trop parler… le probleme c’est le Contrat de Premier Embauche (CPE).
pour l’instant je préfère penser à berlin: départ samedi 22 avril et retour le 25. Asking political asylum to mrs Angela. Ça commence à etre dur de trouver une bonne place où aller… … je pourrais penser toujours à une carrière as novelist, like there
martedì, 21 febbraio 2006
:: todays news ::
the first thing that you have from life, was a slap. and when you start crying, you stayed without the embrace of your mother. they told you that you were thin, skinny, skin head... and a little bit ugly.
when you are 29 years old, things arenot still changed... I'm thinking that there are something wrong.
today is miki's birthday, the andrea's girlfriend. but she's 26!
happy birthday too to ralucchia, thursday elena, paolo and erica, friday lira! Auguri a tutti. for me!
lunedì, 20 febbraio 2006
sometimes it happen that a book can leave a sort of impression, an image, that we cannot delete. we try to restart another trip, the same travel that we did when we started reading the book, trying to seek the same image. othertimes we are in a train, we loose to take something to read, so we start to looking at the door, trying dreaming or imaging anything, just leave the mind opening.
letture in treno has been closed, more or less the befana days, the epiphany feast. the letture in treno, was a photos trip born from melpunk, placidasignora, giuliomozzi, licenziamentodelpoeta, eiochemipensavo, and, maybe otherone.
I tryed to apply for the reason that I speak before, travel and reading...
I won! ...with this picture.
the pictures that I loved was that of verdemilo, hogart and pioggia di fiori. in the "un certain regard" section I think that could win quasiblu, yzma and f//. other people that it may speak about was pianosequenza e barlafus, sonetti, emma "buà" bois with 1 e 2. and last but not the least the "fuori concorso" moto browniano. other news, in italiano, here
mercoledì, 07 dicembre 2005
:: who knows mombarcaro?! ::
the cuneo country is very big and large, is one of bigest italian country. yesterday I went to acqui terme. acqui terme is far 110 km from my town, as you can check here. but the journey has been more or less 2 hours by car. my father told me that it wasnot necessary going to liguria and coming back in piemonte. so, I went to ceva on the highway, and after I turned on left. and I moved up until paroldo, went down on the belbo valley, I turned to go up to mombarcaro and go down until monesiglio. in monesiglio I took the 339 way, the bormbida di millesimo way. a sort of long way 'round gorzegno, cortemilia, vesime (in asti country), bubbio, (the first place on alessandria) bistagno... and... finally, acqui terme!
the bormida valley and cortemilia are one of the lastest area in the cuneo's country. cuneo is too far, I think more than 100 km. I thinked if we live in a assholeplace (all the country of cuneo), far from everything, this valley is more than far and in a assholeplace... Are there something farther than a assholeplace?! yesterday I had the answer, Yes!
when I came back, I went coming through vesime, castino, cravanzana, feisoglio, bossolasco (beautifull place were I watched all the south piemonte Alps, the weather was unbelievable) and dogliani. places as feisoglio and cravanzana seem to me closer than never...
giovedì, 24 novembre 2005
from diarioinbrodo... (sorry, but it's to hard to translate everything)
:: storie di emigranti ::
è da tanto che penso a scrivere un post su questo tema, e da ancora più tempo che ci penso. stamattna, dopo essermi imbattuto grazie ad eìo, nella figura di karim (e in questo suo post), ho deciso di affrontare l'argomento.
cuneo, provincia di emigranti, come del resto tutto il piemonte, all'inizio del secolo scorso, che a distanza di 100 anni muove i propri passi fuori dalle proprie mura.
il carattere ''cuneese'' ci porta ad essere un po' defilati, rispetto alla storia del resto del mondo. poco avvezzi a voler tentare la fortuna oltre i nostri confini, a meno che per costrizione. una sensazione che avevo percepito a milano (e non è un caso lì, più che in altri luoghi), dove avevo percepito la mia provincia come un luogo veramente fuori dal mondo, appartato, troppo appartato, sotto i monti, userei il termine esatto è un po' troppo sboccato... ma sarebbe "in **** al mondo!" (ma forse in questo caso, quello di milano, c'era anche da tener conto la stronzagginemilanés)
...e così quando vedo un tipo come karim che parte piglia e va a stare in lituania, penso "fiiico!", e mi ritrovo e mi riscopro emigrante, come lui, avvezzo al viaggio, allo spostamento duraturo. e quando sono in giro mi manca sempre molto cuneo e la mia regione, le mie montagne, il fatto di essere vicino alle langhe ed al mare... a aix, nella prima esperienza estera, quello che mi infastidiva era stato il vento, e poi il caldo di maggio (insostenibile quanto quello che da noi si trova nei periodi estivi più caldi). una volta tornato però, a quel punto, mi mancava l'aria che ti permetteva di respirare anche quando c'erano 35 gradi, il pastis al germinal o al brigant con serge, elena o adam, le serate all'IPN con Ibrahim, Tierry e Andrea, o l'unplugged con Pier, Luc, Ralucchia, Mario, Mihai e tutta la cricca, il sunset e il martini al sunset café, con Lira.
a lisbona l'aspetto più magico me l'aveva dato il mare (ché poi su lisbona in verità non ci arriva), ma ricordo sempre il mio viso sul tetto della igreja da graça, il volto perso a guardare oltre il tejo, verso l'oceano, e la luce, quella strana luce che in europa ho trovato solo a lisbona, luminosa, e al tempo stesso malinconica. e il mio pensiero che volava ai miei monti, al freddo pungente, alla neve. tornato a casa saudades per i bei momenti vissuti lì, per le pasteis de nata di belém, per la magia di sintra (pessoa scriveva, a proposito: si va a lisbona per vivere e lavorare, si torna a sintra per dimenticare) e il tram eletrico...
dublino, data la sua vicinanza temporale, è ancora ricca di ricordi, lasciati e di nostalgia per casa. l'anno scorso, proprio in questo periodo, in quelle giornate piovose, in cui si avvicinava il natale, senza neve, mi mancava casa...e anche lì mi mancavano le mie montagne, la bisalta in particolare (e non so perchè), le passeggiate sul viale angeli, le cioccolate calde o il marocchino di arione. una volta tornato, un po' di nostalgia per il doyles con henri e sophie (che serate lì dentro per st. patrick e per il mio leaving party!), il porterhouse con tutti, il whelan's con philip, le birre con andrea e giorgio a temple bar, la prima birra-dopolavoro presa con il gonfio nichooola e l'altro aquilotto matteo al karma...
non è detto che le storie degli emigranti, almeno quelle dei giorni nostri, siano storie tristi, anzi... spesso sono legate ad amori, o ad esperienze di vita (vuoi lo studio, la lingua o il lavoro), altre ancora semplici modi per lasciarsi un po' tutto alle spalle e darsi uno slancio per ricominciare. non sono storie tristi, ma sono sempre storie di emigranti, di persone che lasciano i propri luoghi per raggiungerne degli altri, pieni di speranze, ma anche di paure, senza sapere a volte se si troverà un lavoro, una casa, oppure una nuova vita. e il cuneese è coriaceo, non si arrende, continua, porta le sue montagne dentro di sè, perchè lui la bisalta (specie per noi che arriviamo dalla valpesio, da limone, borgo, boves e cuneo) c'è la marchiata sul petto, come superman e la sua S. saremo anche montagnini, ma come tutte le persone che abbandonano un luogo dovremo pur mantenere un vizio di fabbricazione che ci ricordi sempre da dove arriviamo, no?!
dedicato a nicola, alberto, antonio, marina, nino, urbano, giovanni, federica, matteo, francesca, gloria, philip, henri e tutte quelle persone incontrate che hanno lasciato il proprio luogo d'origine per emigrare.
martedì, 22 novembre 2005
...e li chiamavano test psico-logico-attitudinali
ieri colloquio in una banca del piemonte colloquio 4 ore di cui 3 ore di test psico-logico-attitudinali. al termine del test, testa completamente fusa quando ho concluso il test ce l'avevo con il mondo: con me stesso perchè incapace di ragionare in maniera logica e di dare maggiori risposte (e perché no, esatte), con i pazzi che hanno creato questi test, e con quelli che li usano per fare la selezione del personale.come mi posso sentire, dico io, se vengo scartato dopo un test del genere?! come uno che non avrà mai la possibilità di arrivare da qualche parte?! ma dov'è andata a finire la voglia di rischiare e di di questo paese?!
...things called psycho-logical-test...
are you stupid or not, you have to try it. just once, maybe, but do it. and, maybe, after that you will choice to continue or give up. Yesterday I had an intreview for a job. 5 people in a room, a little room, just a table and 6 chairs. more or less 4 hours of intreview. as a mouse in cage. as a laboratory mouse, the white mouses used for experiments. closed in the little room. the first 3 hours, psycho-logical-tests. people know bery well how you can create a franckenstein... hangry, hungry and ugly after that... forever... I thought why, why they need this kind of operation to seeking a worker. I didn't found an explication
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